In
Italia sono duecento, avanguardia di quello che rischia di
diventare un vero esercito. Per la maggior parte si radunano
nelle vicinanze di Udine: uomini e donne, adulti e bambini,
tutti accomunati dalla passione per l'antica lotta giapponese,
una miscela affascinante di forza ed eleganza. Ma guai ad
accusarli di imitare i modelli nipponici.
Che
fanno, dopo un po', dei bambini lasciati soli in un cortile,
se non hanno una palla? Si rincorrono, si danno degli spintoni,
si acchiappano, si tirano, lottano. Per gioco: questo è
il mio territorio, qua comando io, fuori di qui. Cioè:
il sumo. Che è cosa ben diversa dagli scontri a tutta
ciccia tra i terrificanti panzoni del circuito professionistico
giapponese. Diversa, però uguale. E che piace in
modo sublime in terra nipponica per un motivo semplicissimo,
perché è facile, chiara. E' il calcio degli
sport da combattimento. Vinco se ti butto fuori dal ring
circolare in argilla pressata che si chiama dohyo, o se
una qualunque parte del corpo dell'avversario che non siano
le piante dei piedi tocca per terra. Persino banale. Un
flash che dura secondi e che si incendia con niente: si
sa subito chi ha vinto e chi ha perso. Niente a che vedere
con le complicate regole della lotta libera o dello stesso
judo, dove, se non sei dell'ambiente, ti perdi tutto il
gusto di una guerra sottile e intelligente.
Sumo, ossia il nonno di tutte le arti marziali, tremila
anni di storia, ex addestramento militare feroce per samurai
e affini: ora sbarca in Europa nella versione sportiva,
quella che ha milioni di praticanti dilettanti o dopolavoristici
in Giappone, migliaia di amatori in Germania e fior di campioni
in Russia.
Per intenderci: il sumo dei supergiganti giapponesi è
quello professionistico, una èlite miliardaria con
soli sei tornei l'anno della durata di due settimane. Tutto
il resto è il sumo sportivo, da dopolavoro: cioè
la lotta più semplice che c'è, la lotta giocosa
dei bambini codificata in 70 mosse, dove c'è sempre
uno che vince chiaramente.
Il focolaio italiano del sumo, il germe dal quale parte
alla conquista dell'Italia sportiva, è nel cuore
del Friuli, a pochi chilometri dalla Sequals di Primo Carnera:
qui, a Spilimbergo, due passi da Udine, nel ventre del Judo
Club Fenati, una cinquantina di gioiose teste matte si raduna
da tutta la regione qualche volta alla settimana, ride quando
si mette il mawashi, il
costumino del sumotori, si
getta nella mischia divertendosi e rivedendo la vecchia
tradizione della lotta in Italia, quella dei Maenza o dei
Fabra. Non esistono allenamenti finti, figurati, ma solo
scontri veri, che durano pochi secondi, un saluto, avanti
gli altri, e così per ore. Nuclei in arrivo a Roma,
Palermo, Caserta, Foligno, Cremona, Isernia, quasi tutti
ex judoka, una conventicola di 200 persone, dopo i timidi
approcci della metà degli Anni '90. Capofila è
Giovanni "Jhon" Parutta, ex judoka che, studiando
in Giappone, s'è innamorato del sumo amatoriale,
cioè della versione sportiva di massa, in tutto e
per tutto uguale a quello prof, meno che per i guadagni.
Oggi il pordenonese Parutta è in pratica il c.t.
della nascente Nazionale italiana di sumo.
Forza, equilibrio, mobilità articolare, intuito,
rapidità: e nessun problema di dieta. << Sfido
io >>, ammette Eros Saidero, 112 chili: << faccio
il camionista, ho cinque autocarri e sto in giro tutto il
giorno. Di mangiare mi dimentico quasi. Però, quando
posso
recupero>>. Nessun problema per Adriano
Vuerich, 40 anni, poliziotto alla Questura di Udine, "solo"
170 chili: << Sono cintura nera di judo, ma il sumo
di diverte troppo. Certo, magari con 10 chili di meno sarei
più veloce
>> Nessun problema di bilancia,
anche , se , a differenza del sumo professionistico, in
quello sportivo esistono per maschi e femmine tre categorie
di peso.
La disciplina riscuote successo tra le donne e il perché
lo spiega Paola Boz, 32 anni, judoka di buon livello: <<
Un incontro dura poco, ti diverti, è facile da capire,
velocissimo, ma occorrono comunque grande sensibilità
e stabilità, equilibrio. Col judo la carriera finisce
presto. Qui so che posso andare avanti per altri dieci anni
>>. Agli Europei di ottobre in Germania si sono visti
sumotori di 50 anni. Piero Comino, il motore del sumo italico,
parla correntemente il giapponese: << Il sumo è
una disciplina associata alla Fijlkam, la Federazione che
riunisce le specialità di judo, lotta, karate e arti
marziali >>, spiega Comino. << Il nostro sumo
ha le stesse regole di quello dei professionisti, ma è
uno sport e non un'imitazione dello spettacolo giapponese,
con le sue regole scintoiste. Il sumo è un eccellente
spettacolo televisivo e può rinverdire i fasti della
lotta in Italia. Siamo ancora nella fase di tornei nazionali,
ma pensiamo già di organizzare il primo campionato
italiano di sumo >>.
IL CASO
DI VALOPPI
E L'ARBITRO PROVIENE DAL CICLISMO
Dal
ciclismo al sumo, Cristiano Galoppi, friulano, ex responsabile
tecnico del settore velocità del ciclismo su pista,
collaboratore di Sandro Callari, c.t. della pista fino alle
Olimpiadi di Sydney 2000, è il primo italiano a essere
diventato arbitro internazionale di sumo.
Un corso a Rotterdam e patentino di giudice: << A
Spilimbergo sono attive 25 società sportive per 12
mila abitanti, segno di grande cultura sportiva >>,
spiega << La pista rimane la mia passione principale,
ma il sumo mi diverte. In Europa i russi sono ai vertici,
ma il maggior numero di praticanti è in Germania:
ai campionati Junior si presentano anche 3000 ragazzi >>.
La gestione di un incontro è affidata a un arbitro,
quattro giudici laterali e un supervisore.
AKEBONO
HA LASCIATO DOPO 654 VITTORIE
IL PIU' GRANDE DI TUTTI VENIVA DALLE HAWAII
Il
29 settembre 2001 Akebono (a sinistra nella foto) 2.02 metri
per 233 chili, ha chiuso la sua carriera dopo 654 vittorie
sul dohyo. Undici i campionati vinti, settimo risultato
dell'era moderna del sumo. Quel giorno, a 32 anni, ha presenziato
alla cerimonia del ritorno nei passi di Chad Rowan, suo
vero nome. Ha vissuto alle Hawaii per 18 anni, poi si è
trasferito in Giappone: in breve è diventato il primo
yokozuna (massimo grado di ciascuna delle undici categorie)
straniero, uno dei soli 66 degli ultimi 400 anni. Cittadino
giapponese dal '96, per due anni è stato l'unico
yokozuna.
Akebono è in giapponese il nome della camelia rosa,
ma il mito del sumotori lo ha imposto a un freno per carrelli
elevatori, a un purosangue, al mensile della chiesa cattolica
in Giappone, a un cacciatorpediniere e persino a ristoranti
sulla riviera romagnola.
Testi
di LUCA PROSPERI
Foto di MICHELE CAZZANI